Orologeria renziana

L’imprevisto si è mate­ria­liz­zato nella casa­matta del cre­scente potere ren­ziano, inve­stendo gli «uomini nuovi» che già si pre­pa­ra­vano a gui­dare l’amministrazione di un ter­ri­to­rio sim­bolo della sapienza ammi­ni­stra­tiva che fu. Un brutto colpo all’immagine di una squa­dra costruita per mostrare i cava­lieri e le dame della tavola rotonda votati al ser­vi­zio del Paese.
Governo, par­tito e lea­der­ship nazio­nale sono stati col­piti dall’effetto domino dell’inchiesta sulle «spese pazze» degli ammi­ni­stra­tori dell’Emilia Roma­gna. Si vedrà se le accuse dei giu­dici (che riguar­dano tutti i gruppi emi­liani, gene­rosi in pro­fumi, gio­ielli, cene e forni a micronde), tro­ve­ranno riscon­tri pro­ces­suali. Intanto però l’evidenza di un malaf­fare, o quan­to­meno di un mal­co­stume, che ha già tra­volto il ven­tre molle della mag­gior parte dei con­si­gli regio­nali, non ha alcun biso­gno di conferme.
E a pro­po­sito di con­ferme, ancora una volta (e nono­stante il tanto sven­to­lato rin­no­va­mento del par­tito, frutto di una costante e col­pe­vole costru­zione media­tica), quelli saliti sul carro del vin­ci­tore rea­gi­scono alla bufera giu­di­zia­ria che li riguarda nel modo peg­giore. Stril­lando con­tro «la giu­sti­zia a oro­lo­ge­ria». Rin­no­vando ai poli­tici inda­gati la fidu­cia del Pd. Tutto secondo il col­lau­dato stile del «com­plotto delle toghe» con­tro i «rap­pre­sen­tanti del popolo». È penoso assi­stere a que­sto spet­ta­colo che ormai va in scena da oltre vent’anni, secondo le solite moda­lità. Ed è penoso vedere che il ren­zi­smo, osan­nato da quasi tutti i media, sof­fre della stessa fobia anti-giudici.
Eppure lo scon­tro tra magi­strati e poli­tici, che in que­sto momento tor­nano a incro­ciare le spade anche sulla riforma della giu­sti­zia, non è certo l’unico ter­reno comune tra il pre­si­dente del con­si­glio e il suo più forte soste­ni­tore — il pre­giu­di­cato — prov­vi­so­ria­mente ai domi­ci­liari e poli­ti­ca­mente col­lo­cato tra i ban­chi dell’opposizione.
Sulle riforme isti­tu­zio­nali, come su quelle del mer­cato del lavoro, la scin­tilla della pro­fonda sin­to­nia ha avuto modo di accen­dersi ema­nando tutta la sua forza incen­dia­ria, durante que­sti primi sei mesi di ren­zi­smo onni­voro. Però molto fumo e poco arro­sto. I can­tori del nuovo corso plau­dono alla ripresa di ruolo della poli­tica con­tro le odiate buro­cra­zie che «gufano e rosi­cano», men­tre sen­tiamo dire che non rin­no­vare i con­tratti e iniet­tare mas­sicce dosi di pre­ca­rietà nelle deboli vene del mer­cato del lavoro sarebbe la rivo­lu­zione di sini­stra e non, pur­troppo, la replica (in peg­gio) dell’agenda Monti. E poi tagli di 20 miliardi alla spesa pub­blica e appli­ca­zione for­zata dei Trat­tati euro­pei (da ieri sor­ve­gliati dal fin­lan­dese Katai­nen, quello che voleva scam­biare i pre­stiti alla Gre­cia avendo in pegno il Partenone).
Per farsi un’idea della scena — tri­ste — bastava osser­vare il tea­trino tele­vi­sivo di Vespa che, insieme a miss Ita­lia, inau­gura da vent’anni il rito del rien­tro dalle vacanze. Non si era mai visto Sal­lu­sti, il diret­tore del gior­nale di Arcore, alter­nare sor­risi a sguardi ammi­rati verso il gio­vane pre­mier, che ritor­nava sui soliti refrain («ma se uno si mette a leg­gere i gior­nali che dicono che tutto va male…»), che si gon­go­lava («l’altra sera al ver­tice euro­peo è venuto fuori il Renzi che è in me…»).
Baste­rebbe que­sta bat­tuta per far capire, soprat­tutto agli elet­tori del Pd, che sta avve­nendo qual­cosa di pro­fon­da­mente distorto nella poli­tica e nella cul­tura del Paese. Ma il primo a capirlo dovrebbe essere lo stesso pre­mier: cam­biare a sini­stra si può e si deve. Cam­biare invece rin­no­vando il ber­lu­sco­ni­smo che ha amma­lato l’Italia, non si può e non si deve.

Norma Rangeri
Il Manifesto dell’11 Settembre2014

Chi è Renzi

Si dice che continui la luna di miele tra il governo e il paese. Renzi se ne vanta, con quella vanità gonfia di vuoto che Musil definiva biblica. Fosse vero, si riproporrebbe un classico problema. Sa questo popolo giudicare? O forse ama essere irriso, deriso, abbindolato? Era meglio persino Monti (ci si passi l’iperbole), il nostro cancellier Morte (parola del Financial Times, che ebbe modo di assimilarlo al rigorista che spianò la strada a Hitler). In pochi mesi Monti rase al suolo la parte più indifesa del paese, ma almeno non vestiva panni altrui. Renzi non fa praticamente altro che infinocchiare il prossimo, con quella sua faccia di bronzo da bambino viziato e prepotente.
Le balle più odiose riguardano ovviamente la riduzione delle tasse (gli 80 euro per i quali si ribloccano i salari del pubblico impiego). Nonché la difesa di ceti medi e lavoro dipendente. In realtà il governo colpisce duro entrambi.
Nei diritti (è vero, l’art. 18 è un simbolo: poi c’è la sostanza, come dimostra questa novità del manager scolastico che arbitrerà le carriere dei colleghi a propria discrezione). Nelle tutele (persino l’Ocse segnala che la «riforma» Poletti esagera con la precarietà). Nei già esangui redditi. Tornano i tagli lineari, vergognosi in sé, e tanto più perché valgono a sostenere l’indifferenza tra bisogni essenziali (la salute, la formazione, la vita stessa) e sprechi veri, a cominciare dalla scandalosa spesa militare. E torna – per la quinta volta – il blocco degli scatti nelle retribuzioni dei dipendenti pubblici. Non una porcheria: un vero e proprio furto.
Hanno lor signori idea di che significhi di questi tempi in Italia per milioni di famiglie, specie al Sud, perdere mille euro l’anno? Certo, per chi ne guadagna quindici¬mila al mese o più, è una bazzecola. Per molti invece è un dramma, come dimostra quel 5% di famiglie (l’anno scorso era appena l’1%) costrette a indebitarsi con banche e finanziarie per comprare libri e corredo scolastico. Anche di quella che continua a chiamarsi scuola dell’obbligo.
Il peggio è la motivazione fornita cinicamente dalla ministra Madia. «Non ci sono risorse». Il che può tradursi in un solo modo: «Per questo governo sono intangibili rendite e patrimoni, pur in larga misura accumulati con l’illegalità» (leggi: elusione ed evasione fiscale).
Ora finalmente chiediamoci: che razza di governo è mai questo? Chiediamocelo senza guardare alle etichette, badando alle cose che fa e progetta, dalla politica economica alle scelte internazionali, dalla controriforma del lavoro a quella della Costituzione.
Chiediamocelo noi. Ma se lo chiedano prima di tutti seriamente sindacati e politici. La Cgil minaccia mobilitazioni in difesa del pubblico impiego. Vedremo. Parte del Pd mugugna e medita di dar battaglia sull’art. 81 della Costituzione. Vedremo. Ma all’una e all’altra suggeriamo di guardarsi finalmente dall’errore che ci ha portati a questo stato.
Non c’è più tempo per traccheggiare. Ne va della loro residua credibilità, ma soprattutto della vita di milioni di persone.
Antonio Burgio
Il Manifesto del 5 settembre 2014

PREVISIONI A VANVERA

Che cosa penserebbero Orwell e Koyré se capitasse loro in sorte di vivere oggi qui tra noi? Entrambi furono colpiti dalla pervasività della menzogna politica, dalla sua capacità di reinventare la realtà a uso dei potenti. Ma ritenevano che la faccenda riguardasse soltanto i regimi totalitari. Un breve soggiorno nell’«Italia di Renzi» li convincerebbe di aver peccato di ottimismo. Sulla menzogna politica si fonda anche la post-democrazia populista, nella quale – come nei totalitarismi storici –l’indottrinamento delle masse passa per i due versanti del mentire: promettere disattendendo e raccontare mistificando.
Promettere a vanvera è lo sport prediletto dal nuovo padroncino del paese. Alberto Asor Rosa ne ha fornito su queste pagine una puntuale documentazione in tema di politica industriale e di tutela dell’ambiente, del territorio e dei beni culturali, considerati un valore solo se capaci di fruttare denaro. Di qui la previsione di «rottamare» le Soprintendenze e di affamare settori non spendibili nel turismo di massa come gli archivi e le biblioteche. Possiamo facilmente aggiungere altri esempi rilevanti.
Nessuna delle pur caute previsioni di crescita economica formulate dal governo regge alla prova dei fatti. Il pil ristagna (nonostante i pingui proventi delle mafie) e il debito di conseguenza corre. A settembre serviranno almeno 20 miliardi, ma Renzi giura che non ci sarà alcuna manovra aggiuntiva. Mente sapendo di mentire. Dapprima, per differirla, aveva pensato a elezioni anticipate. Ora preannuncia altri tagli alla spesa. Cioè una manovra nascosta. Nuovi taglieggiamenti a danno dei soliti noti che da sempre pagano
per tutti. Così si spiegano anche i continui balletti di quest’altra indecente «riforma» della Pubblica amministrazione, propagandata nel nome del ricambio generazionale ma dettata come sempre da ragioni di bilancio. Si era promesso di cancellare una delle più macroscopiche porcherie della controriforma Fornero permettendo ai «quota 96» della scuola (circa quattromila insegnanti) di andare finalmente in pensione. E invece tutto si è puntualmente risolto in una bolla di sapone, con la conseguenza di perpetuare un’ingiustizia paragonabile a quella già inflitta agli esodati. Ma è certamente nell’arte del racconto mistificatorio che la nuova classe dirigente politico-mediatica dà il meglio di sé. Il processo di revisione costituzionale è costellato da un’orgia di menzogne. Sul merito della «riforma». Su suoi presupposti e sulle sue conseguenze. Su quanto sta accadendo in
Senato. Né i media né tanto meno il governo spiegano che, nonostante tutti i maquillages, il combinato tra l’Italicum e la trasformazione della Camera Alta sarà l’accentramento di tutti i poteri costituzionali nelle mani della leadership del partito di maggioranza relativa. La formale subordinazione del Parlamento, già screditato dalle martellanti campagne anti-casta e dalla corruttela dilagante tra i suoi membri. La fine del delicato equilibrio poliarchico che ci ha sin qui bene o male protetti da sempre incombenti regressioni autoritarie. Altro che la mera ripetizione dell’esistente come argomenta da
ultimo Ilvo Diamanti. Il presidente del Consiglio si appropria, non smentito, del risultato delle Europee per millantare un presunto consenso plebiscitario alle proprie iniziative e arrogarsi il diritto di calpestare ogni norma vigente, a cominciare da quella Costituzione che ha fermamente deciso di stravolgere. Intanto ogni giorno veste indisturbato i panni della vittima che subisce paziente insulti e ricatti. Proprio lui che prima ha squadristicamente dipinto i dissenzienti come miserabili mossi da interessi personali, poi
annunciato la fine di ogni accordo con chi a sinistra osasse contrastarlo. Salvo prontamente ricredersi, una volta verificato che il saldo tra benefici (l’espulsione degli infedeli dalle istituzioni) e costi (la crisi a macchia d’olio nelle amministrazioni di città e regioni) sarebbe al momento sfavorevole.Bugiardi e violenti. Ma anche usurpatori. Non ha torto Manlio Padovan quando, commentando il mio articolo sulle forzature del presidente della Repubblica, afferma in una lettera al manifesto che c’è una questione più rilevante di quelle che io ricordavo, costituita dal sopravvenuto deficit di legittimità di questo Parlamento (quindi dei suoi atti, compresa la rielezione di Napolitano) dopo la sentenza
della Consulta sul Porcellum pubblicata all’inizio di quest’anno. Anche su questo si è mistificato. Si è invocato il principio di continuità dello Stato per sostenere che la legislatura deve durare sino alla scadenza naturale. È stata un’ennesima forzatura, forse la più grave, poiché dalla sentenza della Corte derivava per il presidente della Repubblica l’incombente dovere politico e morale (se non strettamente giuridico) di prescrivere alle Camere l’immediata riscrittura della legge elettorale quale premessa del ritorno anticipato alle urne. Si è fatto finta di nulla pur di tenere in vita un Parlamento ormai privo di legittimità. Al quale, in forza di un patto segreto sottoscritto da due capibastone, si riserva oggi il compito di riscrivere la Costituzione e domani di eleggere il nuovo capo dello Stato.
E così torniamo alla «riforma» renziana della Costituzione, stipulata con l’incappucciato di Arcore. Benedetta dal Colle e imposta al Parlamento mercé l’uso manganellare dei regolamenti e la zelante complicità del presidente Grasso. Ci rivolgiamo finalmente a quella parte del Pd che ha alle spalle una storia di lotte democratiche. Che si pensa erede del movimento operaio e della Costituente antifascista. Che dovrebbe a rigore rifiutarsi di funzionare come l’intendenza del «Partito di Renzi». Come può questa parte politica non avvertire il peso della responsabilità che il suo partito si sta assumendo per volontà del proprio capo facinoroso e prepotente, sprezzante di ogni principio di rispetto per le posizioni altrui e di ogni limite che l’ordinamento ancora vigente pone? Come può non
sentire come un’onta la connivenza con questo ennesimo scempio, il più grave fra tutti quelli pur  gravi subiti in questi anni dalla Carta del ’48, a conferma della trista regola che vuole talvolta proprio i partiti democratici disposti a compiere le scelte più nefande che le destre non potrebbero da sole imporre? Come può illudersi che presto sarà dimenticato quanto accade in questa grigia estate in cui persino il tempo pare volersi rivoltare, e che non prevarrà invece la vergogna per avere nonostante tutto consentito e cooperato?
Leggiamo che molti dissidenti del Pd sono stati in queste ore febbrili insultati, intimiditi, minacciati. Non sottovalutiamo l’impatto di simili pressioni. Ma non vorremmo che per questo essi scambiassero cedimenti per doveri, e la tranquillità di un momento per un onore duraturo.
A.Burgio

Dal Manifesto del 6 Agosto 2014

Falsità

Dopo le apo­rie del rifor­mando senato, tocca ad alcune fal­sità. È falso che il bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio sia causa di intol­le­ra­bili ritardi. Si veda il sito www​.senato​.it, voce “Leggi e docu­menti”, sot­to­voce “Sta­ti­sti­che”. Si tro­ve­ranno i dati dell’attività legi­sla­tiva. Gran parte risale al governo e in spe­cie ai decreti-legge, che entrano imme­dia­ta­mente in vigore, men­tre il tempo medio per il voto finale sulle leggi di con­ver­sione — la parte che spetta al par­la­mento — non supera in que­sta legi­sla­tura le due set­ti­mane in cia­scuna camera. Ritardi? E di chi? Per non par­lare di leggi — ancor­ché con­te­sta­tis­sime, ricor­diamo le leggi-vergogna — pas­sate in entrambe le camere nel giro di pochi giorni o set­ti­mane. Qua­lun­que sistema demo­cra­tico — euro­peo o extraeu­ro­peo, mono o bica­me­rale — mostra tempi ana­lo­ghi o supe­riori nella pro­du­zione legi­sla­tiva. È falso, in ogni caso, che dal bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio si esca neces­sa­ria­mente con un senato non elet­tivo. Al con­tra­rio, nelle ultime legi­sla­ture sono mol­te­plici le pro­po­ste di camere dif­fe­ren­ziate nei poteri, anche per la fidu­cia e il bilan­cio, ma entrambe elet­tive. Pro­po­ste che inve­stono sul senato, piut­to­sto che azze­rarne il peso poli­tico e isti­tu­zio­nale. Baste­rebbe leggerle.

È falso che il senato non elet­tivo abbatta radi­cal­mente i costi. Sem­pre sul sito del senato è pos­si­bile leg­gere i bilanci, dai quali risulta che l’indennità è una fra­zione del costo totale dell’istituzione. In mas­sima parte i costi sono dovuti agli immo­bili, ai ser­vizi, al per­so­nale. Costi che rimar­reb­bero, con l’aggiunta delle spese di per­ma­nenza ai Roma dei sena­tori di nuovo conio. Qual­cuno dovrà pure pagare, e non fa dif­fe­renza chi.

È falso che il senato non elet­tivo ci alli­nei ad altri esempi euro­pei. È vero il con­tra­rio. Non è un modello spa­gnolo, dove la com­po­si­zione del senato è mista, con una parte pre­va­lente elet­tiva. E già così è con­si­de­rato di scarso peso poli­tico e isti­tu­zio­nale. Non è un modello tede­sco: nel Bun­de­srat sie­dono i rap­pre­sen­tanti degli ese­cu­tivi dei Lan­der, che votano in blocco per il Land di appar­te­nenza. È falso, ancora, che sia un sistema simile a quello fran­cese, che ha preso da ultimo la strada oppo­sta, vie­tando il cumulo del man­dato par­la­men­tare con ogni carica ese­cu­tiva regio­nale e locale, per ripu­lire la poli­tica e ripri­sti­nare la fidu­cia dei fran­cesi nelle istituzioni.

È falso che con­ce­dere al sena­tore sin­daco o gover­na­tore l’autorizzazione della camera di appar­te­nenza per arre­sti, per­qui­si­zioni, seque­stri, inter­cet­ta­zioni sarebbe com­pen­sato dalla attri­bu­zione alla Corte costi­tu­zio­nale di una fun­zione di appello sul diniego di auto­riz­za­zione da parte dell’assemblea. La gua­ren­ti­gia costi­tu­zio­nale fun­zio­ne­rebbe in ogni caso come deter­rente per l’avvio dell’indagine, e smi­nui­rebbe l’efficacia del con­trollo giu­di­zia­rio su quello che a buona ragione può defi­nirsi il ven­tre molle del paese.
È falso che un senato non elet­tivo possa eser­ci­tare con mag­gior forza fun­zioni di con­trollo e di vigi­lanza sul governo e le ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che. Quand’anche i sena­tori plu­ri­man­da­tari aves­sero il tempo, la voglia e la com­pe­tenza per farlo, è chiaro che la parte più rile­vante dell’assemblea è com­po­sta di per­sone che con il governo discu­tono — altrove — di risorse, la cui dispo­ni­bi­lità è con­cre­ta­mente rimessa allo stesso governo. Chi apri­rebbe mai con­flitti veri?

È falso che le riforme isti­tu­zio­nali le chieda l’Europa. Altre, forse, ma non que­ste. I fal­chi euro­pei hanno messo bene in chiaro che s’interessano ai conti e niente altro. L’aspro con­fronto in atto guarda a un arco tem­po­rale limi­tato a un anno, o due. E qui abbiamo riforme che in prin­ci­pio pro­du­cono effetti dal 2018. Tanto meno l’Europa si cura della prova musco­lare che il governo tiene tanto a esi­bire. Comun­que vada, sui pro­blemi finan­ziari e di debito pub­blico non inci­derà affatto.
Infine, è solo una mezza verità che di simili solu­zioni si par­lava già in Assem­blea Costi­tuente. L’antico pre­ce­dente non nobi­lita la pro­po­sta di oggi. Una let­tura com­ples­siva degli atti ci dice che per tutti — favo­re­voli e con­trari al bica­me­ra­li­smo — la rap­pre­sen­ta­ti­vità era la chiave neces­sa­ria per la costru­zione di isti­tu­zioni forti e dura­ture. Per­ché per tutti era nelle assem­blee rap­pre­sen­ta­tive la casa del popolo sovrano.

Il pro­getto del governo invece svi­li­sce il par­la­mento, con un senato non elet­tivo, e una legge elet­to­rale cape­stro per la camera. Senza nem­meno rie­qui­li­brare con un raf­for­za­mento degli isti­tuti di demo­cra­zia diretta e di par­te­ci­pa­zione. Al con­tra­rio, se si guarda in spe­cie a quel che passa in emen­da­mento sulla ini­zia­tiva legi­sla­tiva popo­lare. Domani, sarà più o meno facile per i cit­ta­dini far sen­tire la pro­pria voce dove si decide? Sarà più dif­fi­cile. E non saranno le e-mail man­date a una casella di posta gover­na­tiva a dimo­strare il contrario.

Com­pren­diamo le ansie del Pre­si­dente Napo­li­tano. Ma si può mai costruire sul non detto, il non vero, il falso tout court? A voler essere spe­ri­co­lati, in un tempo di cita­zioni colte potremo dire ade­lante, ma con jui­cio. E magari ricor­dare che i gover­nanti anti­chi tene­vano buono il popolo con pane e cir­censi. Qui invece si pro­met­tono pane e riforme. Riforme prima, pane poi. E almeno quelli si divertivano.

Villone dal Manifesto del 10 Luglio 2014

Il caso Perugia

La sconfitta di una politica senza idee
Il presidente Matteo Renzi ha perfettamente ragione: per il centrosinistra non ci sono più rendite di posizione. Anche considerando lo stato comatoso del centrodestra, perdere Perugia e Livorno non è cosa da poco. Sarebbe comunque utile al nuovo PD una ricerca su come si siano formate le rendite che hanno potuto gestire gli eredi dei vecchi partiti della sinistra e dell’area democristiana non berlusconizzata. Una rendita in politica si può costruire in modi diversi. Attraverso il clientelismo e di esempi ne abbiamo a iosa o cercando di far svolgere alla politica il ruolo per cui ha un senso, l’agire politico: lavorare per cambiare lo stato di cose esistente nell’interesse delle collettività che si governano. L’Umbria uscita dalla guerra nazi-fascista era una regione meridionale con tassi di emigrazione altissimi, con povertà diffuse, città svuotate dalle sue forze migliori. Per capirci, soltanto nel 1972 l’Umbria tornò ad avere la stessa popolazione del 1953. Nel disinteresse dei governi centristi di quegli anni soltanto le forze della sinistra, comunisti e socialisti, riuscirono a costruire lotte di massa e progetti di sviluppo in un percorso di emancipazione che riguardò l’intero territorio regionale. E non è stata soltanto emancipazione economica. I grandi eventi culturali nascono negli anni cinquanta, sessanta e settanta. Le città iniziano a rinascere anche attraverso la cultura. Un esempio? Spoleto che ospita da decenni uno dei festival più importanti al mondo. Certo, genialità di Giancarlo Menotti ma merito anche degli amministratori della città e dei politici di quel tempo che lo sostennero in un’impresa difficilissima. Con il Jazz c’entravamo poco ma ciò non impedì alla Regione di partecipare all’invenzione di Umbria Jazz nelle piazze dei nostri borghi gremite di giovani di tutto il Paese. In quegli anni, l’Umbria è al centro del dibattito nazionale sulla nuova psichiatria. Merito dei medici dell’ospedale psichiatrico, ma è anche grazie al coraggio dell’amministrazione provinciale diretta da comunisti e socialisti che assieme ai colleghi di Trieste ebbero la forza di chiudere il manicomio senza la copertura di una legge. Il primo piano di sviluppo d’Italia è stato quello elaborato in Umbria. Lo venne a presentare Ugo La Malfa usando espressioni di grande apprezzamento per la capacità delle classi dirigenti politiche di prefigurare, con il Piano, la crescita di una comunità. Il punto è questo: si possono avere anche idee sbagliate nell’amministrare un comune o una regione. Ma idee bisogna averne. Senza si può galleggiare nell’esistente, salvare il proprio incarico e null’altro. Questo è successo negli ultimi decenni. Quando il mare diventa mosso anche il galleggiare diviene complicato. La scomparsa dei partiti di massa ha ragioni molto profonde e sciocco sarebbe proporre la formazione dell’intellettuale collettivo se non in modo radicalmente diverso dal passato. Il problema è che i partiti personali o i partiti “seggio elettorale” d’idee ne propongono poche e scarsamente partecipate. Perché si è perso a Perugia? L’ultimo intervento di qualche significato positivo nella mia città sono state le scale mobili della Rocca Paolina. Era il 1984. Interventi ve ne sono stati moltissimi. Anche troppi ma spesso sbagliati. Il Piano regolatore ha consentito la cementificazione di vaste aree e……lo svuotamento del centro storico di abitanti e funzioni. L’autoreferenzialità del ceto politico e amministrativo hanno impedito la messa a leva delle energie migliori della società civile e dell’intellettualità perugina. Da città dei convegni Perugia si va trasformando in una piccola Rimini senza il mare. Perugia non è la capitale della droga come la descrivono autorevoli e spesso cialtroneschi giornalisti. Sciocchezze. Perugia è una città colpita da una crisi economica durissima e da una crisi d’identità dovuta a classi dirigenti innamorate del proprio ombelico.
Francesco Mandarini
dal Manifesto del 14 giugno 2014

Intervista a Luciano Gallino

Una cam­pa­gna elet­to­rale in cui «è stato fatto il pos­si­bile per tra­sfor­mare il voto euro­peo in un voto sui par­titi. I veri temi in que­stione? Assenti». Al pro­fes­sore Luciano Gal­lino, socio­logo del lavoro e tra i pro­mo­tori della lista l’Altra Europa con Tsi­pras, il modo in cui i grandi par­titi e i media hanno affron­tato il voto euro­peo è sba­gliato: «Potrebbe essere un’elezione che si svolge in Austra­lia o in Gua­te­mala: i tre prin­ci­pali par­titi sgo­mi­tano solo in vista del dopo».

Una ragione può essere che per le due grandi fami­glie, Pse e Ppe, le lar­ghe intese sono un esito scontato?

Comun­que non giu­sti­fica l’omissione. Fac­cio un esem­pio: la Com­mis­sione Euro­pea da un anno con­duce trat­ta­tive segrete con gli Stati Uniti per sta­bi­lire un par­te­na­riato sugli inve­sti­menti nel com­mer­cio, il Ttip (il Tran­sa­tlan­tic trade and invest­ment part­ner­ship, ndr). È un dispo­si­tivo che pre­senta rischi colos­sali per i diritti dei lavo­ra­tori, per la sicu­rezza ali­men­tare, per la pro­prietà intel­let­tuale. E i com­mis­sari lo sanno bene, tant’è che si chiu­dono in segrete stanze per discu­terne. Da noi non se ne parla, in altri paesi sì. O anche: eleg­gere un pre­si­dente o un altro può fare la dif­fe­renza, dopo i cin­que anni di pre­si­denza ottu­sa­mente libe­rale di Barroso.

Il social­de­mo­cra­tico Schulz però sarebbe eletto con i voti del par­tito di Barroso.

Su alcuni temi Schulz potrebbe fare la dif­fe­renza. Certo è un espo­nente della Spd tede­sca post-Schroeder, dimis­sio­na­ria da ogni tipo di sini­stra. Il Pse si accor­derà con il Ppe, in fondo la pen­sano allo stesso modo sul trat­tato di Maa­stri­cht, che è uno sta­tuto di una cor­po­ra­tion, non un docu­mento politico.

L’Italia rispet­terà le regole del six pack e del fiscal com­pact, o non potrà farlo, come ormai ammette anche il Pd?

I dati dicono che il nostro debito pub­blico ormai è impa­ga­bile. Il Pil è sceso intorno ai 1550 miliardi, il debito è bal­zato oltre i 2mila. Per fare fronte ai requi­siti del fiscal com­pact ser­vi­rebbe desti­nare 40–50 miliardi l’anno dell’avanzo pri­ma­rio. Ma è insen­sato. Già oggi lo stato incassa circa 500 miliardi di impo­ste e tasse e ne spende intorno a 420–430. Toglierne altri 40–50 sarebbe un disa­stro per lo stato sociale e per l’amministrazione pub­blica. Le strade sono due: o, appunto, il disa­stro, ovvero che l’Italia non si ade­gua e ven­gono ero­gate ulte­riori misure puni­tive; oppure che i prin­ci­pali paesi con debito rile­vante si accor­dano per diluire o abo­lire il fiscal com­pact; o comun­que per pro­ce­dere a una ristrut­tu­ra­zione paci­fica del debito. Molto dipende dal risul­tato di que­sto voto.

È la pro­po­sta di Tsi­pras, che lei sostiene. Una con­fe­renza per can­cel­lare parte del debito, sul modello di quella di Lon­dra del ’53 che per­mise di risol­vere il debito della Ger­ma­nia. È fat­ti­bile, a suo parere?

Sarebbe un primo passo con­creto. L’idea di bat­tere i pugni sul tavolo, quella di Renzi, è ridi­cola: ci vuole un certo numero di paesi, Fran­cia Spa­gna e altri, per otte­nere una la con­fe­renza. Docu­men­tando che il debito non si può pagare. Par­larne ad alto livello sarebbe già un passo avanti rispetto alla lita­nia del ’ce lo chiede l’Europa’. La Ger­ma­nia non va demo­niz­zata: ma va ricor­dato che ha tratto van­tag­gio dal fatto di non aver mai pagato i suoi debiti. Ha pagato in misura minima le ripa­ra­zioni della guerra del ’15-’18. E quanto all’enorme debito lasciato dai nazi­sti, è stato can­cel­lato dagli ame­ri­cani che hanno stam­pato miliardi di mar­chi deu­tsche mark, non più di rei­ch­smark, nel giu­gno del ’48 li hanno por­tati in Ger­ma­nia, e il giorno dopo hanno distri­buito la nuova moneta. Così si è abbat­tuto il debito pub­blico tede­sco. Sono argo­menti deli­cati, ma qual­cuno ben pre­pa­rato che li affronti avrebbe più pos­si­bi­lità di suc­cesso che non uno che si fac­cia male bat­tendo i pugni sul tavolo.

Le poli­ti­che di Renzi rispon­dono a cri­teri europei?

Agli aspetti peg­giori, però. La Troika e il Con­si­glio euro­peo da vent’anni lavo­rano per com­pri­mere le con­di­zioni di lavoro i diritti e i salari, in linea con le misure regres­sive che hanno visto alla testa i par­titi di sini­stra, social­de­mo­cra­tici tede­schi, socia­li­sti fran­cesi e labu­ri­sti bri­tan­nici. C’è un docu­mento del ’99, un pro­clama di Blair e Schroe­der, che sem­bra scritto da Con­fin­du­stria. E dice chiaro che biso­gna tagliare lo stato sociale.

Renzi segue ancora quelle vec­chie linee di dire­zione, per esem­pio sul lavoro?

La gene­ra­liz­za­zione del lavoro pre­ca­rio è già una realtà. Nes­sun governo era arri­vato a imporre spinte alla pre­ca­riz­za­zione del lavoro come è stato fatto oggi.

Ora dovrebbe arri­vare il vero cuore del job act, il con­tratto unico e la costosa riforma degli ammor­tiz­za­tori sociali.

Prima che costosa è rischiosa. La cassa inte­gra­zione ha un van­tag­gio fon­da­men­tale: man­tiene il posto di lavoro, quindi man­tiene una qual­che tito­la­rità di diritti per il lavo­ra­tore. Quello che si pro­spetta, a quanto si capi­sce, can­cel­le­rebbe que­sta minima difesa di un lavo­ra­tore. Le ricette di Renzi sono figlie di quelle di Blair, a loro volta nipoti di quelle di That­cher, e cugine di quelle di Schroe­der, per il quale la social­de­mo­cra­zia doveva smet­tere di pen­sare che i lavo­ra­tori hanno diritto a un posto fisso. Appun­tan­dosi il badge di par­titi di sini­stra hanno ridotto i salari e mol­ti­pli­cato la pre­ca­rietà. Così è l’Italia oggi. La pre­ca­rietà è ele­va­tis­sima, lo dice l’Ocse (l’organizzazione per la coo­pe­ra­zione e lo svi­luppo eco­no­mico, ndr). E porta a un impo­ve­ri­mento di tutta la strut­tura eco­no­mica. Lavo­ra­tori mal­pa­gati con­su­mano meno, la domanda aggre­gata — ricor­dava Key­nes — sof­fre. E un’azienda che deve retri­buire in modo decente e con­ti­nua­tivo i lavo­ra­tori è incen­ti­vata a fare ricerca e svi­luppo, gli altri fronti che fanno il suc­cesso di un’impresa. Invece poter usare i lavo­ra­tori con il cri­te­rio on-off, cioè quando mi servi ti uso e quando no ti butto, spinge le imprese a pun­tare solo sul costo del lavoro e tra­scu­rare il resto. I nostri impianti sono i più vec­chi d’ Europa, le spese in ricerca sono mise­rande, sul 34 paesi Ocse siamo intorno al 30esimo.

Renzi dice: ce la faremo, no ai gufi.

È uno spot pub­bli­ci­ta­rio, ma se non si affron­tano i nodi prima o poi, anzi pre­sto, il conto lo paghe­ranno i lavoratori.

Su que­sto Grillo pesca voti a piene mani.

La pro­po­sta di Grillo sul lavoro è un insieme di cose dif­fe­renti, alcune gene­ri­che e con­di­vi­si­bili, altre no. E tra i lavo­ra­tori c’è il mal­con­tento, che ovvia­mente si sfoga con­tro i sin­da­cati. È già suc­cesso con la Lega, oggi suc­cede con il M5S.

Anche Renzi prova a inter­cet­tare il mal­con­tento con­tro i sin­da­cati, attac­cando aper­ta­mente la Cgil.

I lavo­ra­tori sono insof­fe­renti per quello che i sin­da­cati non hanno fatto. Ma va detto che ai sin­da­cati è stata fatta una guerra senza quar­tiere, dagli anni 80 in poi. La pre­ca­rietà, appunto: come si fa a orga­niz­zare i lavo­ra­tori in pre­senza di venti con­tratti dif­fe­renti pic­cole aziende sparse sul ter­ri­to­rio? La glo­ba­liz­za­zione ha signi­fi­cato una radi­cale tra­sfor­ma­zione nel modo di pro­durre: i mille lavo­ra­tori che sta­vano sotto lo stesso padrone con lo stesso con­tratto sono diven­tati dipen­denti di 15 aziende dif­fe­renti con con­tratti dif­fe­renti. E con un padrone che non si sa più chi sia. Di lì biso­gna par­tire per rico­struire una qual­che forma solida di sindacato.

dal Manifesto del 24 maggio 2014

Centralismo democratico

Sarà anche una frase fatta ma qualche volta è inevitabile ricordare che la storia tende a ripetersi trasformandosi a volte in farsa. Dure e ripetute dichiarazioni di vari esponenti del PD: Renzi ha vinto le primarie, è segretario del partito e presidente del consiglio. Lui ha il diritto dovere di decidere. Ciò che Lui decide lo decide il partito e quindi tutti devono obbedire. Ricorda qualcuno le regole delle democrazie popolari del blocco sovietico? Vigeva il meccanismo del centralismo democratico. Il partito sopra tutto. Che cos’era il centralismo democratico? Da Wikipedia: L’opera Che fare? del 1902 (di Lenin) è spesso vista come il testo fondante del centralismo democratico. A quel tempo, il centralismo democratico era generalmente visto come un insieme di principi per l’organizzazione di un partito rivoluzionario dei lavoratori. Il modello di Lenin per questo partito, che secondo lui doveva seguire i principi del centralismo democratico, era il Partito Socialdemocratico Tedesco.
La dottrina del centralismo democratico fu uno dei motivi dei contrasti fra bolscevichi e menscevichi. I menscevichi propugnavano una più lasca disciplina di partito all’interno del Partito Operaio Socialdemocratico Russo nel 1903, come fece Lev Trockij, negli scritti I nostri doveri politici, fino a quando Trockij si unì ai bolscevichi nel 1917.
Il centralismo democratico fu anche descritto nella Costituzione sovietica del 1977 come un principio per organizzare lo stato: “Lo stato sovietico è organizzato e funziona sul principio del centralismo democratico, cioè il carattere elettivo di tutti gli organi dell’autorità statale dal più basso al più alto, la loro responsabilità verso il popolo, e l’obbligo degli organi inferiori di sottostare alle decisioni degli organi superiori. Il centralismo democratico unisce l’autorità centrale con l’attività creativa e l’iniziativa locale e con la responsabilità di ogni organo e funzionario sul lavoro affidato a loro”. Ascoltando la ministra Boschi rimproverare coloro che prospettano soluzioni diverse di riforma del Senato da quelle dell’accoppiata Renzi-Berlusconi, vengono spontanei due suggerimenti. Il primo: rendere esplicita la volontà di trasformare il PD in un partito leninista. Il secondo consiglio visto che bisogna, per il bene del Paese, “riformare” in fretta la Costituzione, per non perdere ulteriore tempo, adottiamo la Costituzione sovietica del 1977. Sarebbe coerente con le ripetute affermazioni renziane attorno alla rivoluzione in atto.

 

Costituzione a Palazzo Chigi

Fun­ziona così. Il pre­si­dente del Con­si­glio con­voca (di buon mat­tino) la pre­si­dente della com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali, che in quanto rela­trice ha in mano il pro­getto di riforma della Costi­tu­zione, e con lei il capo­gruppo del Pd che si sup­pone o si spera con­trolli le inten­zioni di voto di tutti i suoi sena­tori. La riu­nione serve a tro­vare un accordo, un com­pro­messo sulla riforma del bica­me­ra­li­smo. È una riu­nione in fami­glia. C’è anche la mini­stra Boschi, sono tutti di un solo par­tito (il Pd) ma hanno sul tavolo la legge che modi­fica 44 arti­coli, quasi un terzo, della Costi­tu­zione. Il pre­si­dente del Con­si­glio è quello che ha detto che le riforme si devono fare con tutti. L’ha detto per difen­dere il suo patto obbli­gato con Ber­lu­sconi, senza i cui voti non avrebbe potuto imporre né la nuova legge elet­to­rale né que­sta riforma nem­meno al suo partito.A palazzo Chigi ieri erano in quat­tro. Il dibat­tito in com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali è durato dieci giorni, non dieci mesi, e l’89 per­cento degli inter­venti ha boc­ciato la riforma pro­po­sta dal governo. Ma la riforma si deve fare: Mat­teo Renzi ha minac­ciato altri­menti che lascerà non la carica ma addi­rit­tura la poli­tica. Senza la riforma ci sarebbe «il sui­ci­dio del sistema demo­cra­tico», come da bat­ta­gliero parere della teo­rica mino­ranza interna al Pd. Renzi, che ha fir­mato in prima per­sona il pro­getto di riforma costi­tu­zio­nale, tra­sfe­ri­sce al governo anche il lavoro di media­zione che dovrebbe fare il par­la­mento. Il suo dise­gno di legge ha qual­cosa di più degli ultimi due ten­ta­tivi di orga­nica revi­sione della Carta, il Titolo V del cen­tro­si­ni­stra e la Costi­tu­zione di Loren­zago del cen­tro­de­stra: entrambi por­ta­vano forte l’impronta del governo dell’epoca ed entrambi sono fal­liti. Mai era suc­cesso però che il pre­si­dente del Con­si­glio si tra­sfor­masse anche in rela­tore del testo di riforma, seguendo per­so­nal­mente anche le modi­fi­che. Accet­tando e respin­gendo emen­da­menti. Oggi lo farà davanti all’assemblea del gruppo Pd.

Dal Manifesto del 29 aprile 2014 di A.Fabozzi

Non sanno quello che fanno

Sono uno di quei “pro­fes­sori” che blocca da trent’anni le riforme costi­tu­zio­nali? — sor­ride Ste­fano Rodotà dopo avere appreso il giu­di­zio del mini­stro per le riforme costi­tu­zio­nali Maria Elena Boschi – Credo che la mini­stra mi attri­bui­sca una sen­sa­zione di onni­po­tenza che non cor­ri­sponde alla realtà dei fatti. Mi sem­bra inve­ro­si­mile il fatto che i «pro­fes­sori», da soli, siano riu­sciti a bloc­care le riforme di Craxi, Cos­siga, Ber­lu­sconi o D’Alema. Chiun­que abbia una minima nozione di sto­ria sa che le riforme della bica­me­rale furono fatte cadere da Ber­lu­sconi. E quando quest’ultimo fece la sua riforma, fu respinto da 16 milioni di ita­liani con un refe­ren­dum. Mi pia­ce­rebbe molto avere avuto la pos­si­bi­lità di eser­ci­tare un potere così radi­cale, ma que­sto non cor­ri­sponde allo stato dei fatti e dimo­stra che una poli­tica inca­pace di effet­tuare riforme oggi cerca di rifu­giarsi in que­sti argomenti».

Anche la mini­stra Boschi sostiene che lei nel 1985 ha pro­po­sto una riforma del Senato. Ha cam­biato idea?

A parte il fatto che non c’è nulla di male nel cam­biare idea, ma que­sto rife­ri­mento è del tutto inap­pro­priato per­ché Renzi e Boschi dovreb­bero sapere – e pur­troppo non lo sanno – che la pro­po­sta pre­sen­tata 29 anni fa dalla Sini­stra Indi­pen­dente, con me Gianni Fer­rara e Franco Bas­sa­nini, andava in senso oppo­sto alla loro. Allora ci oppo­ne­vamo al ten­ta­tivo di Craxi di con­cen­trare i poteri del governo, esat­ta­mente come vuole fare oggi Renzi.

In cosa con­si­steva quella riforma?

Inten­deva raf­for­zare il par­la­mento e i diritti e aveva uno spi­rito che si ritrova nella sen­tenza della Corte Costi­tu­zio­nale sul «Por­cel­lum» che non garan­ti­sce la rap­pre­sen­tanza. Avan­zammo quella pro­po­sta quando c’era una legge elet­to­rale pro­por­zio­nale, i depu­tati veni­vano scelti con il voto di pre­fe­renza, i rego­la­menti rico­no­sce­vano un potere alle mino­ranze par­la­men­tari, non c’erano ghi­gliot­tine né limiti agli emen­da­menti. L’ostruzionismo della sini­stra indi­pen­dente fece cadere il decreto Craxi sulla scala mobile, da quell’esperienza nac­que anche la com­mis­sione d’inchiesta sulla P2. In quel clima si voleva con­cen­trare il mas­simo potere in una sola camera, raf­for­zan­dolo però con la sua mas­sima rap­pre­sen­tanza. Pro­po­ne­vamo di ridurre a 500 i par­la­men­tari, ma per avere un con­tral­tare al governo. Cosa che invece Renzi non vuole con l’Italicum. Renzi e Boschi non sanno di cosa par­lano. Deno­tano igno­ranza isti­tu­zio­nale. È un fatto grave, oltre che moral­mente una cat­tiva azione.

Il governo, e non solo, sostiene che la sua pro­po­sta sul Senato per­met­terà di rispar­miare 1 miliardo di euro ai cit­ta­dini. Sem­bra una pro­po­sta allettante.

La trovo una con­ces­sione all’antipolitica. Si tratta di un argo­mento che può por­tare in qual­siasi dire­zione. Più che alla logica, risponde alla peg­giore ricerca del con­senso. Baste­rebbe la ridu­zione dei par­la­men­tari e delle retri­bu­zioni per otte­nere que­sto rispar­mio senza rovi­nare gli equi­li­bri costituzionali.

Ritiene che i ren­ziani stiano rea­gendo all’appello che lei ha fir­mato insieme a Gustavo Zagre­bel­sky e altri giu­ri­sti con­tro la «svolta auto­ri­ta­ria» del governo?

Abbiamo rite­nuto di intro­durre con deter­mi­na­zione que­ste argo­men­ta­zioni nel dibat­tito pub­blico. Ma non ci viene data rispo­sta e si attac­cano le per­sone. Ancora in tempi recenti ci sono state un’infinità di pro­po­ste da parte dei «pro­fes­sori» a dimo­stra­zione che sono del tutto alieni dal difen­dere o dal con­ser­vare. Su Il Mani­fe­sto c’è stata la pro­po­sta di Vil­lone o di Azza­riti, ad esem­pio. Vor­rei anche ricor­dare che ave­vamo indi­cato una solu­zione con la mani­fe­sta­zione della «Via Mae­stra» nell’ottobre 2013. Sull’articolo 138 e la modi­fica voluta dal governo Letta, abbiamo pro­po­sto di modi­fi­care il numero dei par­la­men­tari e rifor­mare il Senato, ma in un modo assai lon­tano dalla pro­po­sta attuale. Chie­de­vamo al governo Letta di ini­ziare subito. Se fosse stato seguito que­sto con­si­glio avremmo già una ridu­zione dei par­la­men­tari e un Senato come camera delle garan­zie che è asso­lu­ta­mente necessaria.

Cosa le rispose Letta?

Mi invitò a Palazzo Chigi, ne par­lammo. Il risul­tato di quella con­ver­sa­zione fu il refe­ren­dum con­fer­ma­tivo sulle pro­po­ste di riforma. Per quanto cri­ti­ca­bile fosse Letta, non aveva la posi­zione di chi pro­cede come un rullo com­pres­sore. Io non mi voglio fare schiac­ciare e per que­sto alzo la voce.

Da quello che dice ci tro­viamo in una situa­zione peg­giore della «legge truffa» pro­po­sta da Scelba nel 1953…

Rispetto all’Italicum, non la si dovrebbe più chia­mare in que­sto modo. Anzi, quella era un modello di garan­zia. Pensi che per con­tra­starla si usava l’argomento che non si poteva met­tere nelle mani di mag­gio­ranze costruite arti­fi­cial­mente il destino delle isti­tu­zioni. Aggiungo, a bene­fi­cio di chi ci insulta, che quella legge non passò per­chè alcuni pro­fes­sori come Cala­man­drei, Jemolo, Codi­gnola, Parri, si riu­ni­rono nel gruppo «Unità popo­lare» e insieme ad altri la bloc­ca­rono. Oggi, invece, si con­se­gna il destino della demo­cra­zia nelle mani di mag­gio­ranze costruite arti­fi­cial­mente. Quanto alla riforma del Senato non ha nulla a che vedere con le camere rap­pre­sen­ta­tive delle auto­no­mie locali come in Ger­ma­nia. È più che altro un’esercitazione da stu­denti che crea pasticci infiniti.

Che peso ha il patto del Naza­reno tra Renzi e Berlusconi?

Que­sto patto è stato una scelta infau­sta. Viola il pro­gramma elet­to­rale sul quale il Pd ha rice­vuto milioni di voti.

Ma rispetta le inten­zioni di Renzi…

C’è una bella dif­fe­renza tra un pro­gramma elet­to­rale e le pri­ma­rie di un par­tito, che sono con­sul­ta­zioni impor­tanti ma sono del tutto pri­vate. Quello di Renzi è un altro modo per dele­git­ti­mare il voto e la volontà dei cit­ta­dini. Per legit­ti­mare un’impresa così grave è stata fatta un’alleanza con Ber­lu­sconi, esclusa dal pro­gramma del Pd.

La vostra bat­ta­glia è dun­que con­tro le geo­me­trie varia­bili delle lar­ghe intese?

Non pen­savo di essere eletto a pre­si­dente della Repub­blica, ma quella can­di­da­tura era per cer­care una mag­gio­ranza diversa dalle lar­ghe intese che sareb­bero state disa­strose. Il fal­li­mento di quelle intese hanno pro­vo­cato gli esiti attuali e hanno can­cel­lato l’impegno di Renzi sul red­dito ai lavo­ra­tori o sulle unioni civili.

Dopo gli appelli orga­niz­ze­rete una mobilitazione?

Vediamo. Non cor­riamo troppo. L’appello era un passo neces­sa­rio e non saranno gli insulti a fer­marci. Le rea­zioni comin­ciano ad emer­gere: ci sono i 22 sena­tori del Pd che hanno pre­sen­tato un’eccellente pro­po­sta. Non voglio pren­dermi meriti, ma credo che espri­mano un minimo di ragionevolezza.

intervista al Manifesto del 5 aprile 2014

AUGURI A PIETRO INGRAO

Domani, 30 marzo, Pietro Ingrao compie 99 anni. Questo è il messaggio di auguri del presidente del CRS Mario Tronti.

99 anni. La quercia Ingrao sfida le intemperie del tempo. I venti della storia, o meglio della cronaca, spirano in senso contrario a tutto quanto Pietro Ingrao ha depositato nel suo pensare e nel suo agire. Pensiero e azione che si riscoprono andando a riprendere il suo passato che non passa: come documentano gli scritti e gli atti, che riemergono dall’Archivio Ingrao, gelosamente custodito dalla Fondazione Crs. I testi delle sue Carte, tematicamente raccolti dal prezioso lavoro intrapreso da Maria Luisa Boccia e da Alberto Olivetti, tornano a circolare, a interrogare, a far discutere. Tornano a ricordare che da quella postazione, e su quella strada, un’altra storia sarebbe stata possibile per questo Paese e per l’Europa.
La quercia Ingrao tuttora ci protegge. E ci rassicura che quelle solide radici niente e nessuno potrà mai sradicare. Esse affondano in una storia più grande, lunga, contrastata e gloriosa, cha va al di là di ognuno di noi, che non è finita, è forse solo interrotta. Riprendere quel filo, riannodarlo alle nuove generazioni, riadattarlo ai tempi nuovi, ai nuovi bisogni, a nuovi soggetti, questo è il compito che il pensiero vissuto di Pietro ci lascia. La sua lunga vita di combattente non domato è un evento simbolico da prendere come modello. L’idea comunista è dura a morire. Questo ci dicono questi novantanove anni. Non sappiamo come e non sappiamo quando: ma l’esistenza di Pietro afferma che, con questa idea, ci dovranno ancora fare i conti i padroni del mondo. Malgrado tutti gli smemorati che sono corsi al loro seguito.

Mario Tronti