Il renzismo è finito, la burla ancora no

Considerata la effettiva levatura del personaggio, era nelle cose che una immensa tragedia, come la sconfitta senza appello ricevuta in uno storico referendum che avrebbe dovuto incoronarlo, si tramutasse in burla. Che Renzi uscisse di scena, recitando, prima del commiato per lui inevitabile, la parte residua con un repertorio da barzelletta, era prevedibile. Invece di prendere atto dell’accaduto, egli sembra raccontare la trita storiella.

C’era un francese, un grande generale che, trafitto dal plebiscito sulle riforme del senato, abbandonava l’Eliseo e rinunciava per sempre alla politica. C’era poi anche un inglese, un conservatore che, inciampato in un incauto referendum sull’appartenenza all’Europa, rinunciava al numero 10 di Downing Street e al seggio ai Comuni per rifugiarsi nel dimenticatoio.

E poi però compare il furbo. Ha ovviamente il volto di un politicante italiano. Anche lui aveva posto la fiducia su se stesso affidando al popolo l’incarico di dire sì a un facile plebiscito (volete ridurre i costi della politica e abbattere il numero dei parlamentari?). Una valanga di voti lo ha travolto. Ma lui però non è un fesso come gli altri, e si arrocca. Affida a una direzione surreale e senza dibattito l’estremo e infantile tentativo di ripartire con il 40 per cento.

Cerca così di spingere il suo partito a manovre dilatorie o persino a scelte provocatorie (irridere il popolo sovrano senza neppure chiedere: «quando sia poi di sì gran moti il fine / non fabriche di regni, ma ruine?») pur di ottenere un reincarico e formare il nuovo governo.

Una cosa inaudita. Sfidare i 20 milioni di No, dopo aver personalizzato senza ritegno la contesa, è prova trasparente di avventurismo. Come l’eventuale vittoria del Sì avrebbe avuto benefici per lui incalcolabili (investitura plebiscitaria, personalizzazione del potere), così la prevalenza del No scatena dei costi obiettivi da cui è per Renzi impossibile sottrarsi.

Nessun vincolo giuridico è toccato, nulla di formale è in questione. Si parla qui solo il linguaggio politico della inappellabile sovranità popolare.

Prendersi gioco di venti milioni di cittadini, che hanno emesso una sentenza univoca che non consente ulteriori esercizi di ermeneutica, è da irresponsabili. Evocare lo scontro con il popolo sovrano, ignorando il responso delle urne, è un atto di arroganza senza precedenti. Costringere il capo dello Stato al reincarico di un politico che marciava per l’incoronazione della folla e ha invece incrociato la sfiducia del popolo sarebbe un atto dalle conseguenze inimmaginabili.

Tocca al non-partito di Renzi ristabilire il principio di realtà e quindi scongiurare avventure dopo il 4 dicembre.

Come hanno fatto i conservatori inglesi dopo la defenestrazione referendaria di Cameron, il Pd deve prospettare un altro governo, con un nuovo premier. Quello che è caduto in disgrazia è, infatti, solo il leader che ha indicato come posta in gioco del referendum la sua permanenza al potere.

Non si tratta di evocare una semplice questione etica, e quindi impolitica, che esige il rispetto della parola data. È in discussione piuttosto un fondamentale principio politico.

Nessun leader, per restare in sella, può condurre una guerra contro il popolo.

Ne consegue che Renzi deve accettare l’oblio. Non ha alcuna possibilità di permanere al governo e nemmeno, ma questo dipende dal suo non-partito, può conservare la leadership del Nazareno vantando la fedeltà di 13 milioni di baionette. A una ascesa precoce al potere segue per lui una altrettanto celere caduta nelle retrovie.

È una legge della politica che non permette eccezioni. Poiché Renzi non sembra volerne tener conto aderendovi di sua spontanea volontà, adesso spetta alle componenti del Pd meno predisposte allo spirito d’avventura (la minoranza di sinistra, i cattolici più accorti, il presidente Orfini) ricondurlo alla ricognizione dei rapporti di forza che indicano come sia cominciata una nuova stagione politica, con attori, strategie, scenari tutti da reinventare.

Il renzismo è già finito e Renzi, con le sue aspettative di reconquista, non se la passa meglio.

Michele Prospero
Il Manifesto 9 dicembre 2016

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chi ha smacchiato l’umbria

La domanda è : “Chi ha smacchiato l’Umbria Rossa?”. Prima di tutto è stata veramente smacchiata?
Si non ci sono dubbi. E’ stata smacchiata da un “combinato disposto” di cause internazionali, nazionali e locali. Un mix esplosivo che ha portato, praticamente , alla sparizione della sinistra organizzata in questa regione.
Cominciamo ad elencarle.
La prima e la più dirompente è il trionfo dell’individualismo come unica forma di partecipazione politica. Lo strumento che ha cambiato la cultura politica locale è stato il sistema maggioritario e l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti che, mano mano, ha portato allo svuotamento dei partiti e al trionfo di gruppi, correnti e capi bastone. Un processo che ha determinato uno scadimento costante dei gruppi dirigenti e dei contenuti.
Perchè?
Se l’unico o il principale obiettivo è quello dell’occupazione del potere , chi la persegue si circonda di una pletora dei famosi portaborse, che non possono che non essere di bassa statura culturale, perchè devono avere come caratteristica quella dell’obbedienza totale al capo. Di conseguenza l’attività politica sostenuta non tiene più conto dell’interesse generale, ma solo dell’interesse particolare , cioè del “leader” e di quelli che lo appoggiano.
Niente bene comune?
Si, è una mutazione automatica. Faccio un esempio per spiegarlo. La cosiddetta sinistra, dagli anni 80 in poi è andata sempre più impegnandosi sui diritti civili, quelli individuali e sempre meno su quelli collettivi. Anzi quelli li ha rimessi in discussione e non da adesso. Non che sia un male assoluto, ma non può essere l’elemento distintivo. Anche perchè i diritti individuali hanno un senso solo se vengono garantiti quelli collettivi, che vengono prima.
Perchè prima?
Perchè se non hai la libertà dal bisogno e le garanzie di mantenimento di questa libertà, il resto serve a poco è solo forma . Ed è una forma che diventa sostanza solo per le classi più abbienti. Non a caso sono una stati sempre una bandiera dei liberal, non dei comunisti, che hanno si partecipato, e determinato a vincere grandi battaglie come quelle sul divorzio e sull’aborto non dimenticandosi mai di tenere in primo piano temi come il lavoro, la casa, la salute e la qualità della vita.
Ma, tornando a bomba, può, una semplice legge elettorale cambiare i connotati di una parte politica importante come la sinistra?
Ma la legge è una conseguenza di scelte precise. La prima e la più importante è quella di avere colpito costantemente e continuamente le autonomie locali e con esse il territorio e la rappresentanza. La conseguenza di tutto questo è stata l’eliminazione o la forte limitazione dei corpi intermedi fondamentali per la sinistra come partito, sindacato e associazioni di massa. Tutta quella roba che faceva partecipazione e , soprattutto, mobilitazione popolare.
E che è stato fatto in sostituzione?
Quello che comunemente viene chiamato sistema di potere.,E’ stata una trasformazione che ha cambiato profondamente la sinistra. Tra la fine del secolo secolo e l’inizio di del ventunesimo nella nostra Regione tra Comunità Montane, Ati, Consorzi di vario tipo e su varie materie, Parchi regionali, Atc e Commissioni per tutti i gusti e per tutti gli usi, non c’era famiglia umbra che non aveva portato a casa un incarico. E la maggior parte di questi avevano uno stipendio, una corresponsione, un gettone, un rimborso ecc.
Insomma le istituzioni non erano più il centro della politica?
Ma certo che no.Andate ad assistere ad un consiglio comunale. Scoprirete che il 99% di quelle riunioni non servono a niente, non decidono niente. Chi è stata eletto, salvo il Sindaco, non ha alcun potere. Le decisioni sono in capo al primo cittadino e alla Giunta che non è composta da eletti, ma da nominati. E questo vale anche per le assemblee regionali che hanno perso di significato esattamente come  i parlamentari che non rappresentano altro che loro stessi.
La famosa democrazia dei nominati.
Esatto. Una pratica che non ha riguardato solo le assemblee elettive ma tutto il sistema. Attorno a Regione , Comune e, fino a poco tempo fa, le Province (che adesso sono enti nominati dai comuni) hanno girato e girano intorno una pletora immensa di enti, strutture, aziende e società pubbliche i cui responsabili sono tutti nominati. Ma attenzione, non si tratta solo di forma o della ricerca di facile consenso. Piano piano i veri centri decisionali sono diventati questi, con conseguenza catastrofiche per la democrazia e per la rappresentanza.
In che senso?
Nel senso che il mondo dei nominati ha, piano piano sostituito il mondo degli eletti. Oggi Presidenti e Sindaci sono in mano i tecnocrati. Le decisioni vere le prendono quelli che dirigono le aziende, i tecnici degli enti, i dirigenti. Sono loro che spendono e maneggiano il denaro pubblico gli enti elettivi lo distribuiscono solamente. E a chi rispondono nessuno lo sa. Quello che sappiamo è che un Consigliere non rappresenta più niente, né il territorio, né categorie sociali, né valori di partito.
Vorrei capire. Insomma la sinistra umbra, che avrebbe creato tutto questo è stata vittima di se stessa?
E’ stata vittima di una cultura che non le appartiene e che non conosce perchè viene da un’altro mondo, quello collettivo, quella del noi e non dell’io. Distruggendo il ruolo della democrazia di rappresentanza, delle Autonomie Locali, dei corpi intermedi ha distrutto se stessa. La sua forza era il rapporto diretto col territorio e coi cittadini. Finito questo rapporto di fiducia è arrivata la crisi. E non è un caso che a subirne le conseguenze sono stati proprio gli esponenti provenienti dalla storia del Pci, colpevoli, agli occhi della gente, di essere diventati come gli altri, anzi, peggio degli altri.
Però un “partito c’è ancora”. Il Pd.
Esiste in astratto. Il Pd non è più un partito di massa e soprattutto la sua strutturazione è per correnti e potentati. Cose che funzionano autonomamente sia al centro che in periferia. Il partito diventa quindi solo una sigla da presentare alle elezioni, senza progetto, senza ideali e senza vaIori e senza l’ambizione di cambiare la società. Venendo meno il partito, il sindacato ormai è più un patronato che uno strumento di difesa dei lavoratori. Oggi solo la Fiom cerca di ricordarsi qual’è il ruolo del sindacato. Infine ,vorrei chiedere a tutti; che ruolo hanno la Cna, la Confersercenti e l’Arci? E soprattutto che differenze ci sono con la Confartigianato, la Concommercio o l’Enal? Ve lo dico io nessuna. Fanno solo servizi e guadagnano su questo, ma niente sindacato di categoria o azione di massa su settori importantissimi come economia, cultura e sport.
In conclusione?
Sono entrati in logiche lontane dalla loro storie, logiche che chi veniva dalla Dc e, in parte, dal Psi sapeva maneggiare con destrezza. Vuoi una conclusione? In soli 10 anni gli altri, quelli distrutti da tangentopoli, si sono presi e ripresi tutto. Con una differenza. Lo hanno fatto conquistando non abbattendo le fortezze del vecchio nemico. Ma il lavoro sporco non l’hanno fatto loro. Quando sono arrivati non hanno infatti dovuto smacchiare niente. A farlo ci avevano già abbondantemente pensato quelli di prima.
Chi?
Quelli che nei film western venivano chiamati “i nostri”

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UN PARTITO MAI NATO

 

Il nostro giornale nella sua lunga storia ha costruito un lungo dialogo con tutte le forze organizzate o no che fossero volte a comprendere la realtà e trovare la strada per impedire il degrado delle forze politiche della sinistra umbra

Senza settarismi e cercando di promuovere una discussione e rifuggendo dallo sventolare bandiere che non fossero valori e idee per una sinistra rinnovata e adeguata ai nostri tempi,  abbiamo giudicato “il nuovo che avanza” una sciagura per una sinistra comunista che non avendo avuto l’intelligenza e l’umiltà di fare i conti con i propri errori sembrava pronta a costruire soltanto il nulla.

Questo nostro tentativo non ha avuto successo. Oggi abbiamo a che fare con gruppi dirigenti rinnovati anagraficamente ma completamente incapaci di capire le ragioni di fondo dell’arretramento del consenso popolare e della perdita di “feudi” amministrativi del rilievo di Spoleto o Perugia e molti altri ancora.

Nell’ultimo decennio in Umbria un’intera classe dirigente è cambiata. Non è stata la rottamazione renziana ma il risultato dell’accrocco chiamato Partito Democratico che ha consentito la marginalizzazione di dirigenti ex PCI ormai privati dalla gestione dell’amministrazione pubblica. La feudalizzazione della politica ha messo in campo altri vassalli che non sanno bene che fare di fronte alla inarrestabile caduta della spesa pubblica. Come ottenere consenso popolare senza una politica altra da quella del controllo della conduzione degli apparati pubblici? E in presenza dello svuotamento delle risorse e poteri decentrati dello Stato come si può ritrovare la strada per resistere a una crisi economico-sociale che ha riportato l’Umbria ad essere la regione del sud più a nord? Ci vorrebbe qualche idea che tenga conto della non riproducibilità di un sistema di potere incentrato soltanto sulla spesa pubblica ma capace di aggregare forze e intelligenze. Con quali strumenti? Non c’è ormai da molti anni un’idea politica, una visione del mondo su cui discutere. Anzi di politica nel PD non si parla mai quasi per principio. C’è qualcuno che conosce perché caio è contro tizio? Perché la giunta regionale è stata in fibrillazione per mesi o perché a Foligno e a Terni le maggioranze sono a rischio? Le aspre contese sembrano riguardare esclusivamente l’occupazione di seggiole, seggioline e strapuntini per vassalli e loro clientes. Non è incoraggiante anche perché non è obbligatorio vivere nel pantano. Nel pantano ci siamo finiti per molte ragioni. Molte legate al trionfo del neoliberismo come ideologia dominante anche a sinistra; questo ha portato alla caduta di ogni capacità di elaborazione e di studio delle classi dirigenti dei progressisti. La politica istituzionale del centro-sinistra ha prodotto disastri di cui pagheremo il conto per molti anni.

Un esempio per tutti. Le riforme con il timbro di Bassanini hanno modificato il funzionamento del potere amministrativo decentrato.  Nel passato un sindaco in Umbria o un presidente di provincia era innanzi tutto un capo popolo oggi è capo di un’azienda con un suo staff, gli assessori e un’assemblea i cui soli poteri sono quelle delle interrogazioni. E come nelle aziende private, tutto il potere amministrativo è nelle mani dei manager.

Nell’interessante rapporto di Fabrizio Barca elaborato sullo stato del PD perugino viene descritto lo stato dei circoli e il rapporto con i gruppi dirigenti centrali. Pur interessante il rapporto marginalizza una questione decisiva che a nostro parere è quella della rappresentanza. L’aver consentito la politica dei “nominati” ha prodotto la scomparsa di ogni rapporto tra eletto e elettore. Molti della redazione di Micropolis forse non saprebbero elencare i parlamentari eletti dal centro-sinistra in Umbria. Nel Pci post stalinismo la direzione poteva indicare soltanto due eletti in Parlamento. Gli altri candidati erano obbligatoriamente sottoposti al giudizio delle sezioni. I più anziani dicono che non erano discussioni semplici e scontate. Ma forse è soltanto nostalgia dei tempi andati. E poi adesso ci sono le primarie che danno la parola al popolo.

Una sintesi del rapporto Barca: “in molti casi, i circoli risultavano essere strumento delle correnti per il governo del consenso, in Umbria i circoli sono spesso abbandonati a loro stessi e le correnti di partito, che pure giocano un ruolo fondamentale nella gestione del potere, sembrano occuparsene quasi per nulla tranne che nelle tornate elettorali. I circoli non costituiscono la base della filiera che conduce alla gestione del potere. La costruzione del consenso personale passa da altri canali e filiere che non è nostro compito verificare.”

La nostalgia non è una categoria della politica ma a volte la si perdona.

La crisi del PD umbro è profonda. Si tratta di un partito mai nato in cui si è smarrita le peculiarità del PCI che pur con grandi ambiguità dava grande importanza al rapporto dei leader con i militanti ed elettori. Va riconosciuta la capacità degli ex democristiani della Margherita di aver conservato la particolarità DC nel mantenere forte il consenso “personalizzato” del proprio elettorato. Sono troppo numerosi i circoli del PD perugino? E’ probabile, ma l’insediamento territoriale è possibile soltanto con strutture anche fisiche che elettori e militanti riescono a realizzare con il proprio lavoro. Certo non si può pretendere di avere una sezione per ogni campanile come voleva Togliatti. Ma il partito leggero voluto da Veltroni ha dimostrato tutta la propria inconsistenza. Oggi il   circolo ha come unico mandato vero quello di essere seggio elettorale per le variegate correnti organizzate non su idee e valori, ma sul ruolo dei vari capofila.

MICROPOLIS 27 ott. 16

 

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LO TSUNAMI REFERENDARIO

– Michele Prospero, 22.05.2016
Sinistra Pd. L’antitodo a Renzi si chiama Costituzione. La fronda interna, afona e travolta dal crollo
di una cultura cultura politica, contratta ai margini
Con un articolo apparso su Repubblica, critico su Renzi e la minoranza Pd incapace di incalzarlo a
dovere sulle riforme costituzionali, Alfredo Reichlin ha un po’ riscattato l’onore politico degli antichi
scolari di Togliatti. Tranne Aldo Tortorella (che però è più legato a Luigi Longo che al Migliore e
quali referenti culturali ha il razionalismo critico di Antonio Banfi e non lo storicismo), nessuno tra
gli eredi di Togliatti (cioè la più preparata generazione politica della Repubblica) aveva preso una
netta posizione critica nei confronti di Renzi.
Persino Macaluso esita a tirare le conseguenze logiche della sua riflessione sempre penetrante sulla
fase politica. Egli pensa che il problema cruciale sia «la pochezza della classe dirigente di cui si è
circondato» il presidente del consiglio. Che si tratti di personalità dallo scarso profilo politico e dalla
inesistente attitudine istituzionale, nessun dubbio. Ma come poteva un leader mediocre, e privo di
esperienza di governo egli stesso, selezionare un ceto politico di qualità?
Macaluso è troppo acuto per non comprendere che il suo dipingere un Renzi come capo discutibile
che però non ha rivali non è un semplice giudizio di fatto, ma un attestato di valore che celebra come
immutabile l’esistente e condanna all’oblio i tentativi di reagire alla decadenza. È però soprattutto
Napolitano che sorprende nella totale adesione allo stil nuovo del renzismo in ragione del quale ha
sposato persino l’illiberale piglio governativo in materia di riforma costituzionale.
Sarà per la profondità dei fondamenti culturali del decisionismo, che il ministro Boschi ha così
esplicitato: Renzi è un politico decisionista perché «è stato arbitro nel calcio. Come arbitro si è
abituati a prendere velocemente decisioni». Dinanzi all’arbitro della Costituzione non si può restare
indifferenti. Sarà per l’aulico linguaggio istituzionale dell’inquilino di Palazzo Chigi («noi mettiamo
lo streaming anche quando andiamo in bagno»).
O sarà per la solidità del sapere economico del premier («Ieri, uscito dalla messa, mi sono fermato a
parlare con il mio amico Gilberto, commercialista. Matteo, che soddisfazione. Ieri ho fatto vedere a
alcuni clienti quanto risparmiano di Irap. Non ci credevano!’»): quel che resta è il sostegno di
Napolitano al plebiscito per l’uomo della provvidenza.
Che di un referendum come evento mistico si tratti l’ha ribadito ancora l’altro giorno Renzi: «Il sì o il
no alla riforma non è un sì o un no tecnico. È un passaggio epocale». Rimane un impenetrabile
mistero della fede a spingere Napolitano, cioè il politico più longevo della casta, a prestare soccorso
al premier che proprio a ottobre intende castigare la casta («Ogni giorno che passa diventa più
chiaro: il referendum di ottobre sarà su argomenti molto semplici. Se vince il Sì diminuiscono le
poltrone; se vince il No restiamo con il Parlamento più numeroso e più costoso dell’Occidente»).
La sinistra, dagli allievi di Togliatti ancora in giro alle sue fondazioni culturali (con Beppe Vacca che
formula una linea genealogica creativa dichiarandosi renziano, e forte sostenitore delle riforme
costituzionali, proprio in quanto comunista togliattiano e gramsciano), dagli eredi di Amendola ai
turchi più o meno giovani, insomma dirigenti di diverse generazioni, è afona e irrilevante. Ciò perché
gran parte del suo ceto politico e intellettuale è rimasto travolto da un crollo di cultura politica e ha
interpretato il renzismo come un fenomeno di lungo periodo. E, senza più alcun pensiero politico, ha
sgomitato per acconciarsi sul carro del rottamatore per contrattare margini personali di
sopravvivenza.
Merito di Reichlin è di aver dato un primo segnale di reazione. E Bersani ha rilanciato la sfida
sostenendo la piena legittimità di comitati per il no promossi dal Pd. Questa è la strada migliore. La
sinistra Pd è un danno in potenza ogni volta che si muove in cerca di mediazione. In nome del
miglioramento delle leggi ha contribuito a stravolgere la Costituzione e il diritto del lavoro. Se non
ha il fegato per emendare proprie colpe e aprire comitati per il no, almeno non intraprenda quelle
operazioni di scambio che finiscono per edificare mostri.
Il problema principale oggi non è, infatti, l’elettività del senato ristretto e privato del voto di fiducia.
E quindi la minoranza non si agiti inutilmente per strappare impegni sui modi di designazione dei
dopolavoristi e poi consegnarsi a un Renzi ringalluzzito per la legittimazione delle sue pratiche
illiberali ricevuta dai nemici interni. Il nodo è la legge elettorale. Rimuova lo scempio dell’Italicum e
i senatori, il governo, li può pure ricavare in blocco dai consigli comunali di Rignano, di Montelupo
Fiorentino, di Campi Bisenzio o Laterina. Elimini il premio di maggioranza e i senatori a vita per alti
meriti verso la Repubblica il governo può pure indurre il Quirinale a sceglierli tra i banchieri
dell’Etruria o del Credito fiorentino.
L’atmosfera miracolistica creata attorno a un leader senza retroterra, che non può perdere il
referendum altrimenti sul paese si abbatte il diluvio, la dice lunga sulla decadenza politica e
culturale della repubblica. Tutti gli argomenti che suonano sul tasto: Renzi è una nullità ma non ci
sono alternative non sono prove a sostegno di Renzi. Sono piuttosto una conferma della crisi della
democrazia di cui lo statista di Rignano è un’espressione crepuscolare, non certo la terapia.
L’alternativa a Renzi? La Costituzione, bene da non disperdere nella sua normatività che esclude
ogni uso partigiano di una maggioranza governativa. Che la sinistra del Pd apra dei comitati per il no
all’occasionalismo costituzionale è il minimo che possa fare.
© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

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SENZA PARTITO

Senza partito
– Norma Rangeri, 08.03.2016
.
Gli elettori hanno girato al largo e disertato i gazebo delle primarie. Sia a Roma che a Napoli, le due
grandi città chiamate a esprimere il candidato sindaco del Pd, ha partecipato la cerchia sempre più
ristretta dei militanti e simpatizzanti. Certo non si tratta di fulmine a ciel sereno. E anche se lo stato
maggiore del Nazareno minimizza sulla scarna, desolante affluenza, ci pensa Massimo D’Alema ad
affondare il coltello nella piaga del grande flop, vedendo «più osservatori che protagonisti».
La consolazione della vicesegretaria Serracchiani, che mette a confronto i partecipanti di Roma con i
tremila clic del M5S per scegliere la candidata grillina, appare perfino penosa perché mette in
evidenza qual è la paura del Pd nella capitale. Mentre il vero confronto utile per correggere gli
errori dovrebbe essere fatto con i centomila votanti delle primarie 2013 per il sindaco Marino (che,
almeno oggi, gongola). Annacquare il voto di allora con la presenza dei mafiosi, dei «capibastone poi
arrestati», come suggerisce il commissario Orfini, denota nervosismo, anche se comprensibile. I
numeri dicono che da solo Marino aveva raccolto più voti di tutti i candidati messi insieme dalla
primarie di domenica.
Adesso il passa parola è nascondere la realtà dell’evidente declino del partito. Una realtà raccontata
dai numeri (accettando per buoni i 43mila votanti di Roma e i 30mila di Napoli), che per la capitale
non si possono spiegare solo con l’effetto shock di Mafia Capitale, la pentola scoperchiata del
sistema che legava a doppio filo politica e malaffare, con il conseguente distacco e disgusto
dell’opinione pubblica e dei militanti. Questo flop nella partecipazione è il segno di un progressivo
distacco con il popolo della sinistra (che probabilmente non esiste più), accentuato dal fatto che
Roma e Napoli sono due città dove il Pd è stato commissariato. Ma è anche la conseguenza della
strategia politica renziana (non è chiaro quanto lungimirante), di un leader cioè che mal sopporta il
partito ereditato dalla stagione bersaniana.
Che non ci sarebbe stata la fila ai gazebo per scegliere tra Giacchetti e Morassut nella capitale, o tra
Bassolino e Valente a Napoli, non era largamente prevedibile. Era nell’ordine delle cose. E
ascoltando e leggendo le testimonianze ai seggi, risulta evidente lo sconforto di quell’elettore di
centrosinistra che non trova più le motivazioni per impegnarsi in un partito che sembra andare in
un’altra direzione. D’altra parte il segretario-presidente il suo rapporto diretto con l’elettore se lo va
a cercare in televisione, pubblica e privata, che lo ospita generosamente offrendogli percentuali
bulgare. E pazienza se il gazebo di strada resta vuoto quando a riempire quello mediatico ci pensa
Canale5 con il salotto domenicale di Barbara D’Urso.
Anche se l’opposizione alza la voce, verrà messa tra parentesi. L’obiettivo principale, e non
marginale, di Renzi è vincere le elezioni amministrative. Se dovessero andar male sarebbe l’inizio
della sua fine politica. Tuttavia c’è ben poco da sorridere a sinistra del Pd. Al momento, soprattutto a
Roma, regnano l’indecisione sul candidato e sullo schieramento che lo sosterrà. Il voto ai gazebo
dimostra che tra gli elettori storici di sinistra c’è disorientamento, smarrimento. Un vuoto politico da
riempire al più presto.
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Governo, l’ex garante e il tifo per il regista

– Michele Prospero, 18.02.2016
.
Nel clima, insolito per una democrazia, di celebrazione per i due anni trascorsi da Renzi al governo,
si distingue un intervento di Sabino Cassese (Corriere della Sera del 16 febbraio). Il giudice
costituzionale emerito ha un’ammirazione per Renzi cui attribuisce «tre colpi da maestro». Lo
chiama «il regista» e vede nella «energia del populismo» una formidabile forza con la quale ha
sinora realizzato «record» e prestazioni memorabili.
Le virtù eccelse dello statista di Rignano per Cassese poggiano su una miscela fantastica: un po’ di
Berlusconi, un po’ di Grillo e un po’ di Salvini. Un mostro? Nient’affatto. È proprio con questa
porzione magica di tutti i populismi possibili che Renzi «è riuscito a far risalire la fiducia dei cittadini
nello Stato». Sarà.
Da un giudice emerito della Consulta ci si aspetterebbe qualche attenzione a riti e forme. Ma questa
ossessione per le procedure non vale per Cassese. Il quale esalta il governo proprio perché con «una
politica di movimento» (canguri, raffiche di voti di fiducia in aule deserte) ha messo «in cantiere e
fatto approvare le riforme costituzionali, elettorale ed amministrativa».
Innamorato della «politica-movimento» Cassese non coltiva la politica-istituzione e quindi non trova
nulla da dire sulla irrituale, anche se non inedita, titolarità governativa delle riforme costituzionali.
Un solo appunto, però. Cassese dà per già approvate le riforme. E tuttavia le riforme costituzionali, a
chi viene dalla Consulta non dovrebbe sfuggire il dettaglio, necessitano di una procedura aggravata,
e ancora la camera deve provvedere alla seconda deliberazione. Va bene l’anti-formalismo della
«politica-movimento», ma le forme ancora contano.
Non nel pensiero giuridico di Cassese, a quanto sembra. Egli, per sanare l’ambigua, non illegittima,
posizione di un presidente del consiglio non parlamentare, conia la sorprendente formula della
«fiducia popolare posticipata». Essa contiene una categoria giuridica posticcia (il governo peraltro
ha bisogno di fiducia parlamentare, non di una investitura popolare) e una ingenuità politica (Renzi
non era candidato neppure alle europee che lo avrebbero legittimato ex post).
Non stupisce che un giurista sensibile alle forzature della «politica di movimento», e con un’idea
strana dell’investitura posticipata dei governi parlamentari, consideri i sindacati dei lavoratori delle
«corporazioni», e celebri Renzi perché ha messo a nudo «l’incapacità delle oligarchie sindacali di
uscire dal loro medioevo». Chi il medioevo l’ha invece abbandonato è il giudice emerito che vive già
nello splendido futuro della politica a «fiducia popolare posticipata». Dinanzi a concetti così scivolosi,
qualche dubbio circa la saldezza dello stato di diritto in Italia è inevitabile.
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La recita del dissenso

La recita del dissenso
È sistematico: ogni volta che si approfondisce lo scontro sul governo, il conflitto nel Pd si surriscalda. Ed è altrettanto sistematico che la minoranza dem, la sedicente sinistra interna, alzi la voce e minacci sfracelli. Per poi pentirsene e allinearsi obbediente.
I fatti, innanzi tutto. La Direzione nazionale del Pd, riunitasi venerdì 22, segue l’ennesima grave decisione della minoranza interna, quella di votare compatta in senato lo scempio della Costituzione, fornendo al governo — insieme ai senatori verdiniani — un contributo indispensabile (una ventina di voti) all’approvazione della controriforma. È stato un gesto clamoroso di sostegno al governo e al suo capo, dopo una settimana nera per Renzi, in gravi difficoltà per lo scontro politico generale sui diritti delle coppie omosessuali e per il profilarsi di qualche seria sconfitta alle prossime amministrative. Non solo. La «sinistra» del Pd ha soccorso il presidente del Consiglio proprio nel momento di massima sofferenza per lo stringersi di una micidiale tenaglia: da un lato l’attacco di Juncker per le critiche italiane all’austerità europea; dall’altro lo stillicidio di indiscrezioni e il procedere della talpa giudiziaria in merito alle vicende bancario-corruttive di Arezzo, che vedono pesantemente coinvolti pezzi del cerchio magico renziano e figure di rilievo degli entourages famigliari del ministro per le riforme e dello stesso presidente del Consiglio.
Nella riunione della direzione la minoranza ha lamentato la mancanza di «agibilità politica» nel partito, ha posto la questione del doppio ruolo del segretario-premier, che lo indurrebbe a trascurare il lavoro nel partito, e ha attaccato per i voti dei verdiniani in senato, che comportano a suo giudizio un allargamento della maggioranza incompatibile con la vocazione riformista del Pd. Come se nella maggioranza non ci fosse già Alfano. Come se, considerato il merito delle «riforme» in questione, l’alleanza con Verdini non fosse più che appropriata. Quanto al merito di una controriforma che stravolge la Costituzione cambiando di fatto la forma di governo, di questo non si è parlato, non era all’ordine del giorno. Del resto Cuperlo ha rivendicato di averla votata adducendo il fine argomento che, se anche la «riforma» è pessima, «fallire in questo tentativo produrrebbe una frattura ancora più grave tra i cittadini e le istituzioni». Perfetto. Un capolavoro di logica gesuitica che permette già di intuire come la «sinistra» del Pd si muoverà in occasione del referendum confermativo, del quale pure oggi osteggia la connotazione plebiscitaria imposta da Renzi.
Con ogni evidenza, al di là di ogni sofisma, la «sinistra» dem ha un solo problema: teme di contare domani ancora meno di oggi. Ovviamente è legittimo che se ne preoccupi. Il punto è come cerca di difendere e di rafforzare le proprie posizioni.
Che cosa fa la minoranza del Pd? Ventila «spaccature» (altre inverosimili microscissioni) e avanza timidamente, fra le righe, la richiesta di un congresso anticipato, vagheggiato come la resa dei conti in cui inverare finalmente la strategia bersaniana: riprendersi il partito; quindi, da posizioni di forza, condizionare il presidente del Consiglio.
Il punto è che a rendere improbabile questo disegno è proprio la «sinistra» dem, che ogni qual volta Renzi si trova in difficoltà evita di attaccarlo e anzi corre in soccorso del governo ogni qual volta c’è bisogno dei suoi voti. Giacché è chiaro a tutti: Renzi potrebbe accettare di andare al congresso prima del 2017 solo nel caso di una crisi di governo, proprio quella crisi di cui la «sinistra» dem, naturalmente per «senso di responsabilità», non vuole nemmeno sentir parlare.
E così, da quasi due anni a questa parte, si ripete lo stesso copione. Sussurri, grida e niente di fatto. Col risultato che, intervenendo in direzione, Renzi non ha nemmeno risposto a chi lo aveva criticato per l’intesa con Verdini chiedendo a gran voce «parole chiare» sulle strategie del partito. Ridicolizzandolo.
Come commentare tutto questo? Ci sono due possibilità: o la «sinistra» del Pd non ha ancora capito Renzi e non decifra il conflitto con lui, dal quale per questo esce sistematicamente sconfitta; oppure ha capito benissimo, e tutta questa è soltanto una commedia in cui la minoranza dem recita la propria parte in modo da non creare problemi al governo (e a se stessa) e da non perdere altri pezzi e altri voti a sinistra. Quest’ultima è senz’altro l’ipotesi più probabile, e del resto in essa vi è indubbiamente una razionalità.
I Cuperlo, gli Speranza, i Bersani salvaguardano il proprio ruolo, anche se dentro una dialettica virtuale e astratta. E, con il puntuale aiuto dei media, mantengono viva una finzione che permette ancora al Pd di presentarsi al paese, nonostante ogni evidenza, come un partito «di sinistra». Ma si tratta di una razionalità ben misera, a fronte delle conseguenze che la loro azione produce.
Al riguardo non c’è da inventarsi nulla, basta stare sobriamente all’evidenza delle cose. In poco meno di due anni il governo Renzi ha dato alla luce una sequenza di «riforme» devastanti negli assetti istituzionali della Repubblica, nel mercato e nei diritti del lavoro dipendente pubblico e privato, nella struttura materiale del welfare, nella distribuzione della ricchezza nazionale. A conti fatti, la «sinistra» del Pd ha sempre sostenuto queste scelte, a tratti recalcitrante, spesso silente, sempre al dunque ossequiosa e cooperante. Mettendo in scena un conflitto interno fine a se stesso. Mostrando in definitiva di non esserci. E dando per questa via il contributo di gran lunga più cospicuo al consolidarsi della nuova specificità italiana: quella di un paese che da tempo non annovera sulla scena politica nazionale alcuna forza credibile dalla parte dei diritti sociali e del lavoro.
Burgio Il Manifesto del 24 Gennaio 2016

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COMUNISTA INDISCIPLINATO

Cento conigli non fanno un cavallo. Chi lo ha conosciuto sa bene che, Ilvano Rasimelli, usava intercalare i suoi interventi politici con detti popolari per sottolineare come alla saggezza del popolo fosse utile riferirsi anche per giudicare se le scelte del partito fossero giuste. La popolarità di Rasimelli nasceva dal suo legame, mai interrotto, con coloro che dal lavoro traevano sostentamento e speranza. Con uguale rispetto e attenzione discuteva con il coltivatore diretto dell’Alta Valle del Tevere, con l’artigiano dei borghi di Perugia, con il piccolo o grande imprenditore o con l’intellettuale famoso. Il filo rosso nella vita di Ilvano è stato sempre l’interesse pubblico. Riteneva che amministrare la cosa pubblica significasse non la gestione dell’esistente, ma il cambiamento dello stato delle cose, riformare ciò che era vecchio e inutilmente costoso sempre tenendo presenti i vincoli di bilancio. Pensare come viene utilizzato adesso il termine riformismo vengono i brividi. Così infatti viene chiamato dagli opinion maker quel coacervo di provvedimenti di restaurazione neoliberista della stagione del renzismo e incentivata dal “monarca” oggi non ancora in pensione, il presidente emerito Napolitano. Lunga sarebbe la lista degli incarichi pubblici svolti da Rasimelli. Ciò che è certo è che in ogni lavoro è rimasto il segno innovativo di Ilvano. Si pensi alle condizioni dell’ospedale psichiatrico di Perugia. Rasimelli così lo descrive nel 1970: “Dal fondo ospedale segregazionista nasceva un urlo di rivolta contro i mali di questa società. Ritrovammo un filo rosso che univa e accumunava agli sfruttati, agli umiliati, agli oppressi di tutto il mondo i segregati dell’ospedale psichiatrico.” E’ storicamente accertato che la rivoluzione dell’antipsichiatria ha avuto nell’esperienza perugina guidata da Rasimelli uno dei momenti di maggior importanza. Rimango convinto che gli anni ’60 hanno avuto il grande significato di un’innovazione profonda nel senso comune del popolo anche grazie alla lotta contro la segregazione manicomiale. Le lotte giovanili e operaie di quegli anni sono state possibili perché la “rivolta” trovava, in parte delle istituzioni, delle risposte adeguate alla domanda di liberazione dei movimenti. Rasimelli è stato uno spirito libero. Figlio della cultura dell’illuminismo ignorava ogni forma di settarismo ma il suo essere comunista lo stimolava all’esercizio del dubbio e del gesto autonomo anche dagli organi di partito. Era un dirigente che riconosceva il primato della politica non quello del partito. Alle 7 del mattino del 21 agosto del 1968, Ilvano mi chiamò al telefono per chiedermi di andare in federazione. Alla richiesta del perché Rasimelli mi comunicò di aver inviato, come presidente della Provincia, un telegramma di protesta all’ambasciata sovietica contro l’invasione di Praga. Comitato federale convocato d’urgenza! Svanì per me il programmato viaggio a Londra. Il comitato federale si svolse con una grande tensione. I filosovietici (inutile fare nomi) tentarono un processo contro il trasgressore dei vincoli del centralismo democratico. Dalla loro avevano il comunicato non esattamente coraggioso della direzione del partito che pur dissociandosi dall’invasione non faceva passi in avanti nel giudizio sul socialismo reale dell’Urss. Gran parte dei dirigenti del Pci umbro erano figli delle scelte fatte dall’VIII congresso che aveva approvato la linea della via italiana al socialismo e segnato la sconfitta dei “fedeli” al leninismo nell’interpretazione di Mosca. La componente più giovane del comitato federale sostenne la legittimità del telegramma di protesta e anche ciò fu determinante: Ilvano non fu in alcun modo “punito”. Il percorso politico di Rasimelli è sempre intrecciato con la sua passione professionale e da questa ha tratto arricchimento nelle sue scelte politiche. Iscritto al partito in clandestinità, partigiano nella formazione “Francesco Innamorati” fu arrestato dall’OVRA nella primavera del ’43 durante il primo anno di università. Liberato, parte con l’Esercito di Liberazione con il Gruppo di Combattimento Cremona partecipando alle battaglie nel nord d’Italia. Tornato a Perugia diviene segretario del movimento giovanile comunista e direttore del giornale “La nostra lotta”. Un rivoluzionario di professione! Più volte mi ha raccontato che deve la sua laurea in ingegneria ad Armando Fedeli. Fedeli era una leggenda per i democratici perugini. Più volte condannato dai tribunali fascisti, in esilio a Mosca, in Francia e poi organizzatore delle brigate internazionali nella guerra di Spagna, divenne senatore di diritto nel 1948 e più volte rieletto al parlamento. Nel 1949 Fedeli chiamò in federazione Ilvano per comunicazioni urgenti. Sei un bravo dirigente politico gli disse, apprezziamo il tuo lavoro ma il movimento operaio ha bisogno anche di intellettuali. Ti devi laureare. Ilvano andò all’università di Pisa e nel 1952 si laureò con una tesi sul bacino imbrifero del Lago Trasimeno. La professione di ingegnere è stata svolta avendo come obbiettivo la modernizzazione e dell’Umbria. Quando nel 1969 fondò la RPA assieme a diversi professionisti organizzò quello che chiamava una intelligenza collettiva al servizio dell’innovazione nella progettazione urbanistica e ambientale. Intellettuali di grande rilevanza nazionale e internazionale furono protagonisti nella cultura e nelle scelte progettuali sia che si trattasse di piani regolatori dei comuni o di scelte di utilizzo delle risorse naturali dell’Umbria. Una struttura, la RPA, dove la politica si trasformava in concreti progetti che garantivano alle istituzioni pubbliche qualità e trasparenza. Rasimelli era uomo del fare e la politica non sempre riusciva a realizzare ciò che era giusto fare. Lontano da ogni formalismo quando divenne senatore della Repubblica visse con disagio quell’esperienza. Il lavoro parlamentare non gli consentiva di incidere nella realtà. Amava operare concretamente e non fregiarsi di titoli prestigiosi. Quando Firenze fu sommersa dalla piena dell’Arno, Rasimelli come presidente della provincia organizzò in una notte un convoglio di mezzi attrezzati di ruspe e di quanto si riteneva necessario per intervenire . Alla guida della sua Citroen si mise alla testa del convoglio arrivando al quartiere Santa Croce di Firenze organizzando le forze per il risanamento di quella parte della città martoriata. Con Ilvano Rasimelli è scomparso un comunista appartenente, come il nostro Maurizio Mori, a una generazione che ha vissuto la politica come la forma più liberatoria per l’umanità e l’esercitava a partire dal proprio impegno professionale. Un comunista deve essere apprezzato a partire dal suo lavoro mi dicevano quando ero un giovane militante. Quella generazione lo ha fatto con competenza, creatività e rigore. Dicono che la nostalgia non è una categoria della politica e forse è vero. Mi sia consentito esprimere però una profonda umana nostalgia e dolore per la scomparsa di uno dei miei maestri di vita e di politica.
Francesco Mandarini

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Lo sterminio della fu minoranza

Alla fine, con gli emen­da­menti Finoc­chiaro alla riforma costi­tu­zio­nale, scop­piò la pace, accom­pa­gnata da vistose mani­fe­sta­zioni di giu­bilo. A dire il vero, non si capi­sce di cosa gioi­sca la fu mino­ranza Pd. Per la ele­zione popo­lare diretta dei sena­tori, che aveva assunto come ban­diera, ha perso su tutta la linea.

Il testo con­clu­si­va­mente con­cor­dato con­ferma anzi­tutto che i sena­tori sono eletti dagli «organi delle isti­tu­zioni ter­ri­to­riali». Quindi non dai cit­ta­dini. Si rin­cara poi la dose aggiun­gendo «in con­for­mità delle scelte espresse dagli elet­tori per i can­di­dati con­si­glieri in occa­sione del rin­novo dei mede­simi organi …». E qui l’ambiguità rag­giunge ver­tici ineguagliati.

Si con­si­deri il con­cetto di con­for­mità. Qua­lun­que sia il signi­fi­cato che si vuole rico­no­scere alla parola, di sicuro non può inten­dersi come «esat­ta­mente coin­ci­dente con». Se così fosse, infatti, il potere di eleg­gere i sena­tori che la norma attri­bui­sce alla assem­blea ter­ri­to­riale sarebbe una sca­tola vuota, una inu­tile super­fe­ta­zione. L’unica let­tura pos­si­bile è che l’assemblea ter­ri­to­riale possa allon­ta­narsi, in più o meno larga misura, dalla volontà degli elettori.

In ogni caso, quali sono le scelte degli elet­tori rispetto alle quali biso­gna osser­vare la con­for­mità? Dice la norma: quelle espresse per i can­di­dati con­si­glieri in occa­sione del rin­novo degli organi di cui fanno parte. Quindi, l’elettore non vota Tizio, Caio o Sem­pro­nio per il senato, deci­dendo l’esito. Vota per il con­si­gliere. Chi poi acceda al seg­gio sena­to­riale dipen­derà dalla let­tura data alla «con­for­mità». Inol­tre, come ho già scritto su que­ste pagine, basterà una rosa più ampia del numero di sena­tori da eleg­gere per azze­rare ogni neces­sa­ria cor­ri­spon­denza tra la volontà popo­lare e i sena­tori con­clu­si­va­mente eletti.

Cosa ha a che fare tutto que­sto con l’elezione popo­lare diretta dei sena­tori? Ovvia­mente, nulla. L’emendamento con­cor­dato se ne allon­tana per­sino di più di solu­zioni via via ipo­tiz­zate, come le indi­ca­zioni o desi­gna­zioni da parte degli elettori.

Infine, tutto viene affi­dato a una suc­ces­siva legge. Qui c’è l’unico effet­tivo miglio­ra­mento, per­ché non si tratta più di legge regio­nale, ma di legge sta­tale. Diver­sa­mente, ogni regione avrebbe fatto i sena­tori a pro­pria imma­gine e somi­glianza, magari dando un’aggiustatina alle regole in pros­si­mità del turno elet­to­rale, per garan­tire il seg­gio a un amico o sodale.

E se comun­que alla fine, nono­stante le maglie così lar­ghe, l’assemblea ter­ri­to­riale non si atte­nesse alla «con­for­mità», magari per motivi futili o abietti, fami­li­stici o di clan? Quali rimedi? Un mondo nuovo di inte­res­santi pos­si­bi­lità si apre per poli­tici affa­mati di clien­tele e avvocati.

L’emendamento Pd non può in alcun modo essere gabel­lato come ripri­stino dell’elettività dei sena­tori. Gli altri emen­da­menti con­cor­dati sono poca cosa, e avremo modo di occu­par­cene. La riforma era pes­sima, e tale rimane. Inte­ressa ora vedere se Grasso sarà indotto a una aper­tura anche su altri emen­da­menti. Ma intento una domanda rimane: per­ché la mino­ranza Pd ha dato disco verde? Forse per l’originalità della solu­zione, visto che non ci risul­tano altre espe­rienze in cui si trovi una sovra­nità a mez­za­dria tra il popolo e un’assemblea elet­tiva ter­ri­to­riale? Pos­si­bile che cre­dano dav­vero di avere difeso con effi­ca­cia i fon­da­menti della demo­cra­zia?
Per una let­tura dif­fusa gli ex dis­si­denti hanno barat­tato la Costi­tu­zione con qual­che mese di pol­trona sena­to­riale. Let­ture più sofi­sti­cate par­lano di par­tite gio­cate nel Pd emi­liano. Pro­ba­bil­mente c’è del vero in entrambe. Ma intanto è certo che Renzi ha saputo giun­gere allo ster­mi­nio poli­tico della mino­ranza, di cui ha dimo­strato l’irrilevanza. Forse, l’irrigidimento appa­ren­te­mente irra­gio­ne­vole e incom­pren­si­bile su riforme pale­se­mente sba­gliate è stato stru­men­tale anche a que­sto obiet­tivo.
Della mino­ranza Pd avremmo voluto con­di­vi­dere obiet­tivi e amba­sce. Pote­vano nascerne espe­rienze poli­ti­che signi­fi­ca­tive. Per come si arriva al tra­guardo, non è così. Anzi, tro­viamo si adatti bene agli ex dis­si­denti una sto­rica bat­tuta cara a molti di noi: andate senza meta, ma da un’altra parte.
Villone Il Manifesto del 24 Settembre 2015

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Una talpa che ha ben scavato

Maurizio Mori apparteneva alla generazione che dopo la disfatta del nazi-fascismo ha costruito la democrazia repubblicana dell’Italia. E’ stato un privilegio e un vantaggio straordinario essere stato formato alla vita e alla politica da personalità come quella di Maurizio. Le caratteristiche essenziali della generazione che aveva iniziato a battersi per la democrazia sotto il fascismo morente erano principalmente frutto di una profonda cultura politica rigorosa e spinta da una curiosità vivacissima per tutto ciò che l’umanità aveva prodotto nei secoli. Maurizio aveva molte passioni come la medicina e la politica. La principale, oltre al viaggiare, credo, fosse il cinema. Ci incontravamo spesso in un cinema e bastava uno sguardo per capire il suo giudizio su ciò che avevamo appena visto. Figlio della “chiesa-comunità” del Pci umbro, per una fase avevo avuto perplessità per il membro della Quarta Internazionale, affermato organizzatore della salute in fabbrica. Le scorie dello stalinismo, pur marginali nei gruppi dirigenti, perduravano nel PCI e Trotskij non era nel nostro pantheon purtroppo. Come militante, educato da Ilvano Rasimelli e da Gino Galli, compresi da subito il disastro prodotto dallo stalinismo. Con Forini e Mantovani scherzavamo sul fatto che il nostro destino in URSS sarebbe stato una “vacanza” in Siberia. Bastarono pochi incontri anche casuali per apprezzare le capacità umane e politiche di Maurizio. Come amministratore ho poi potuto valutare con orgoglio come la “squadra” di medicina che realizzava progetti per la salubrità degli ambienti di lavoro era riconosciuta tra le più efficaci a livello nazionale. Esemplare tutta l’esperienza del ternano. Mori fu tra i protagonisti di questo lavoro. Nella crisi esplosa con la liquidazione del Pci scegliemmo, Maurizio ed io, strade diverse ma continuò la nostra amicizia politica. Si era rafforzata negli anni anche in ragione della crisi della stagione del nuovismo d’accatto. Come comunisti incorreggibili, assieme ad altri compagni di Segno Critico, prendemmo la decisione di “inventare” ,come inserto del Manifesto, Micropolis. A conferma della volontà condivisa di tentare ogni strada per mettere insieme idee e proposte per una sinistra umbra rinnovata. Sappiamo che il tentativo è fallito nonostante la nostra passione politica che ha consentito l’uscita di Micropolis per venti anni. La sinistra umbra come quella italiana è ridotta all’insignificanza. L’ annientamento di tutte le sigle della sinistra-sinistra, il fallimento del progetto dell’Altra Europa, lasciano in campo macerie che è difficile ricomporre. L’illusione che, nonostante tutto, il PD poteva costituire un’ipotesi in cui la sinistra aveva un senso si è sfarinato come un pupazzo di neve. Che fare? Intanto un discorso di verità è obbligatorio. Il Pd di Renzi è un agglomerato politico che interpreta passivamente la volontà reazionaria del capitale finanziario. Non una nuova democrazia cristiana ma una nuova destra magari non cialtronesca come la Lega, ma una destra politica che sta annichilendo la democrazia italiana. Di questo dobbiamo parlare con lo zoccolo duro ex PCI che si è illusa rispetto al progetto del “rottamatore”. La vera rottamazione di Renzi è stata quella dei diritti dei lavoratori e quella della spirito e delle norme costituzionali. Il PD è nella stessa situazione della socialdemocrazia europea. Sia in Francia che in tutte le formazioni socialdemocratiche del nord europeo ha vinto alla grande l’ideologia neoliberista. Esemplare ciò che sono riusciti a decidere per la crisi greca. Da vergognarsi tutti. In un editoriale Renato Covino ha sollecitato i compagni a prendere coscienza che ricostruire la sinistra avrà tempi lunghi. Non esistono scorciatoie. Renato ha ragione. E’ vero anche che a volte la storia può avere delle accelerazioni inaspettate che in ogni caso richiedono di avere idee da mettere in campo. Il giorno prima della morte, con Mantovani e Covino, ci trovammo davanti a Maurizio, sofferente ma cosciente di dover rincuorarci. Lo fece a suo modo dicendoci con voce serena: ben scavato vecchia talpa. Speriamo Maurizio di fare bene anche per onorare l’affetto e la stima che ci hai trasmesso in tanti anni di impegno comune.
Francesco Mandarini
Micropolis 27 Luglio 2015

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